Da operaio dell’Ilva chiedo scusa ai bambini del quartiere Tamburi

«Da operaio dell’Ilva chiedo scusa ai bambini del quartiere Tamburi, agli ammalati. E penso ai morti di tumore». Cala il silenzio a piazza Gesù Divin Lavoratore, in cielo solo un cenno d’imbrunire. Piero, operaio dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico, prende la parola durante l’assemblea del comitato di operai e cittadini «liberi e pensanti», il giorno dopo il blitz della grande fuga sindacale dal palco di piazza della Vittoria.

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«Nel mio piccolo – attacca Piero di fronte a un centinaio di persone radunatesi alle sette di sera in piazza e circondate da un imponente schieramento di forze dell’ordine – mi sento di chiedere scusa a chi ora soffre e vive una condizione di malattia legata all’inquinamento. E chiedo scusa perché ho contribuito a inquinare».

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«La politica ha gravi responsabilità»

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La voce di Piero s’incrina e le lacrime cominciano a scendere sul viso come le prime ombre della sera al quartiere Tamburi. Poco lontano da qui un altro operaio, Peppino Corisi, in due lapidi, aprì e chiuse la parentesi di operaio ambientalista, iscrivendo la propria tragedia personale e quella di un popolo: la maledizione per le polveri «per chi poteva fare e non ha fatto» e il suo personale testamento a futura memoria per «l’ennesimo morto» di tumore a polmone.

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Piero torna a identificarsi con la piazza, le sue lacrime trascinano l’applauso. Certo facile, in questi giorni; inevitabile. Ma solo un mese fa impossibile, una bestemmia. «Ho famiglia, due figli. Uno stipendio di 1400 euro e 750 euro di mutuo da pagare. Per quello che sta accadendo penso con più rabbia alla politica. Doveva fermare l’inquinamento. E penso con rabbia ai sindacati. Loro avrebbero dovuto dire per primi che si doveva fermare l’inquinamento. Invece oggi mi ritrovo a pensare a chi lavora le cozze, al mare così inquinato, al posto di lavoro perso. E mi sento in colpa».

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La piazza applaude. Piero non smette di piangere. Poi si riprende e si mescola di nuovo alla folla, quasi avesse bisogno del suo calore, del suo abbraccio protettivo.

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Fonte: Comitato cittadini e lavoratori liberi e pensanti

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