TURCHIA POLITICHE ENERGETICHE ……….PER L’EUROPA?

Per entrare nel mercato comune, la Turchia deve portare avanti politiche energetiche per rifornire l’Europa. Dalla penisola anatolica al Medioriente, le rotte del gas e le nuove collaborazioni sulla tecnologia nucleare.

di Andrea Camboni

ANKARA E IL NUCLEARE

Le manovre di avvicinamento della Turchia all’Unione Europea, nell’ottica di un’eventuale proposta di adesione, viaggiano a corrente alternata.

Da un lato i grandi progetti di ammodernamento infrastrutturale, che vedono coinvolte numerose aziende italiane, dall’altra un progressivo allontanamento dagli standard europei declinato attraverso provvedimenti che evidenziano senza mezzi termini un processo di islamizzazione della società turca.

Sullo sfondo, una politica energetica che punta sul nucleare per l’autosufficienza e l’approvvigionamento dei paesi del blocco europeo.

Proprio in funzione di una riduzione del flusso di idrocarburi proveniente dalla Russia e dall’Iran, il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan ha firmato un accordo con il Giappone per la costruzione della seconda centrale nucleare turca.

La commessa, del valore complessivo di 22 miliardi di dollari è andata a un consorzio formato dalle aziende giapponesi Mitsubishi Heavy Industries e Itochu e dalla francese Gdf-Suez, mentre l’Areva fornirà il combustibile necessario al funzionamento della centrale.

Il consorzio franco-nipponico ha battuto la concorrenza dei cinesi di China Guangdong Nuclear Power Holding optando per un reattore di media potenza Atmea-1 (1.100 megawatt) sviluppato nel 2007 dalla stessa joint venture

Dopo l’incidente nucleare a Fukushima, si era invece ritirata la giapponese Toshiba, consorziata con la società elettrica Tokyo Electric Power (TEPCO) seguita dai concorrenti canadesi e sud coreani.

Ankara non sembra però preoccupata dai continui fenomeni sismici che periodicamente fanno tremare la Turchia.

La centrale turca – hanno minimizzato Erdogan e il premier giapponese, Shinzo Abe – ‘sarà costruita tenendo conto delle tecnologie più avanzate finalizzate al miglioramento della sicurezza nucleare’.

L’impianto sorgerà presso Sinop, sul mar Nero, a 450 chilometri da Ankara, e sarà costituita da quattro reattori ad acqua pressurizzata che a regime produrranno complessivamente 4.800 megawatt.

Un importante stock di energia per Ankara, che tra i suoi obiettivi quello di produrre entro il 2030 il 15% del fabbisogno energetico nazionale con il nucleare.

L’avvio dei lavori della centrale di Sinop è infatti previsto nel 2017, con l’entrata in funzione del primo reattore già nel 2023.

Date che rientrano nel piano di Ankara per l’avvio della costruzione di tre centrali nucleari entro cinque anni. Il primo impianto è stato già contrattualizzato nel 2010, quando i russi si sono aggiudicati la commessa per la costruzione della centrale che sorgerà a Akkuyu, nel sud del paese.

Una volta completato il piano nucleare, le tre centrali saranno probabilmente gestite dal gruppo francese, GDF/Suez.

Naturalmente Erdogan vuole imprimere una decisa accelerazione alla conclusione di un programma nucleare partito nel maggio del 2007 in conseguenza dell’approvazione da parte del Parlamento turco di una legge-quadro per la costruzione di centrali nucleari che stabiliva nel 2015 il termine ultimo per l’espletamento delle gare di appalto e per la raccolta di capitali.

Anche perché la TUSIAD, l’organizzazione degli industriali turchi, già nel 2007 aveva lamentato un ritardo sui tempi di realizzazione del progetto.

Nel biennio 2010-2012, l’economia è cresciuta al ritmo di una media del 9% annuo, facendo registrare nel 2011 un aumento del Pil in termini reali pari all’8,8%.

E più un’economia cresce, più ha bisogno di risorse energetiche per non inceppare il sistema.

Anche perché – con il sostegno del forum anti-nucleare turco (NKP) – non si farà attendere il riacuirsi delle proteste di cittadini residenti e ambientalisti tanto per il sito di Akkuyu, dove gli abitanti contestano la vicinanza della centrale nucleare con una faglia sismica quanto per quello di Sinop.

IL TOUR MEDIORIENTALE

Ankara rappresenta l’ultima tappa di un tour che ha portato il primo ministro nipponico Shinzo Abe in Medio Oriente per promuovere l’export di know-how nucleare come chiave di volta per il rilancio dell’economia giapponese.

Il 2 maggio scorso, l’agenzia ufficiale Emirates News Agency ha annunciato il raggiungimento di un accordo intergovernativo di cooperazione nel settore nucleare tra il Giappone e gli Emirati Arabi Uniti, secondo esportatore di petrolio nel paese del Sol Levante.

La firma del trattato, alla presenza di Abe e del vicepresidente degli Emirati e sovrano di Dubai sheikh Mohammed ben Rashed al Maktoum, rappresenta l’ennesimo accordo di cooperazione nel settore del nucleare civile firmato dagli Emirati con – tra gli altri – Stati Uniti e Francia.

Accordi funzionali alla messa in funzione a partire dal 2017 di due dei quattro reattori nucleari che un consorzio sudcoreano capeggiato da Kepco ha iniziato a costruire nel luglio 2012.

La missione del premier giapponese, volta a garantire le risorse energetiche incentivando l’export di infrastrutture, ha toccato anche l’Arabia Saudita, maggiore fornitore di petrolio di Tokyo, che nel 2006 aveva ufficializzato i propositi di diversificazione energetica attraverso lo sviluppo di un nucleare civile.

A seguito del meeting con il principe della corona saudita, i due paesi hanno concordato l’avvio di un programma di negoziati finalizzati alla collaborazione delle imprese nipponiche alla costruzione di centrali nucleari.

Una possibilità che può concretizzarsi anche in Giordania, paese per il quale dal dicembre del 2011 è scattato il semaforo verde per l’esportazione di tecnologia e la vendita di impianti atomici.

Un paese povero di petrolio e di risorse idriche che può contare tuttavia su ricchi giacimenti di uranio presenti nel suo sottosuolo.

Nell’attesa di costruire le sue prime centrali, che consentiranno al governo di Amman di affrancarsi dalle discontinue forniture provenienti dall’Egitto attraverso il gasdotto Arab Gas Pipeline, il ministero dell’Energia e delle Risorse Minerarie ha annunciato di voler indire una gara per la fornitura di gas naturale liquefatto (GNL).

Entro la fine del 2014 dovrebbe quindi essere creato un terminale di importazione di GNL presso il porto di Agaba che a pieno regime avrà una capacità di stoccaggio di 160.000 metri cubi di GNL e una capacità finale di consegna di 490 mln pc/g.

L’EUROPA E IL GAS

Ma se la Turchia vuole piantare radici in Europa deve necessariamente imprimere un’andatura più sostenuta ai suoi progetti energetici. In corso, nella regione, striscia una guerra commerciale sul sentiero delle rotte del gas in direzione dei paesi del Vecchio Continente.

E i tempi sono stretti. Il gasdotto TANAP (Trans Anatolian Pipeline) attraversa la Turchia dal confine orientale a quello occidentale, per fornire l’Europa di gas azero proveniente dal giacimento Shah Deniz.

La sua capacità iniziale dovrebbe toccare i 16 miliardi di metri cubi all’anno destinati ad Ankara, per un totale di 6 miliardi, il restante all’Europa.

Troppo poco rispetto alla capacità operativa del South Stream, che a pieno regime nel 2018 consentirà di muovere 63 miliardi di metri cubi di gas, e alle politiche di attacco di Gazprom che ha da poco firmato con l’olandese Gasunie un accordo per portare con il North Stream il gas in Gran Bretagna passando dall’Olanda.

Il North Stream, che mette in collegamento la Russia e la Germania con una lunghezza di circa 1.220 chilometri, ha raddoppiato la sua capacità di trasporto, grazie all’avvio di una seconda linea, raggiungendo i 55 miliardi di metri cubi all’anno.

Un altro progetto importante per la diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetico dell’Europa è il Nabucco West, che permetterà di portare 10 miliardi di metri cubi di gas del Mar Caspio acquistati sul mercato kazako e turkmeno attraverso Turchia, Bulgaria, Romania e Ungheria fino al terminal austriaco di Baumgarten, aggirando il sistema di trasporti russo.

Nabucco West, del cui consorzio fanno parte l’austriaca Omv, l’ungherese Mol, la bulgara Bulgargaz, la rumena Transgaz, è in competizione con il TAP (Trans Adriatic Pipeline) per ottenere le forniture della seconda fase di sviluppo del giacimento azero di Shah Deniz verso.

Il TAP, i cui azionisti sono la svizzera Axpo (42.5%), la norvegese Statoil (42.5%) e la tedesca E.ON Ruhrgas (15%), entrerà in funzione entro il 2018 e porterebbe il gas naturale in Italia dal Caspio attraverso la Grecia, l’Albania e il mar Adriatico.

E dall’Italia verso l’Europa sud-orientale rafforzando – si legge in una nota del ministero dello Sviluppo economico italiano – “il ruolo dell’Italia come hub continentale per la distribuzione del gas, come previsto dalla Strategia energetica nazionale”.

I due progetti di gasdotto nati per portare in Europa il gas del Caspio attraverso il Corridoio meridionale si trovano attualmente sotto la lente della compagnia petrolifera britannica Bp, operatore principale – insieme all’azera Socar, alla norvegese Statoil e alla francese Total – del consorzio che provvede all’attuazione della seconda fase di sviluppo del giacimento di Shah Deniz 2.

Inoltre, il consorzio Shah Deniz ha ricevuto offerte di acquisto per oltre 30 miliardi di metri cubi all’anno da oltre 15 clienti europei.

Anche la pace con Israele, dopo l’assalto nel 2010 alla nave Mavi Marmara che tentava di rompere il blocco israeliano di Gaza, ha messo in moto nuove collaborazioni in campo energetico tra Ankara e Tel Aviv.

La Turchia, infatti, non ha escluso una possibile cooperazione finalizzata al trasporto di gas naturale, estratto dai giacimenti scoperti in acque israeliani, diretto all’Europa e ancora una volta passando per il territorio turco.

Un’ipotesi che in un domino di convenienza aprirebbe le porte anche a una pace con la parte sud dell’isola di Cipro, consentendo a Nicosia di partecipare al progetto.

Anche perché, proprio a Cipro potrebbe essere trasportato il gas naturale prodotto dal mega giacimento per essere liquefatto e presumibilmente, a seguito degli studi ingegneristici e di progettazione per lo sviluppo del giacimento effettuati dalla francese Technip, approvvigionare l’Asia e l’Europa.

8 maggior 2013

1 comment for “TURCHIA POLITICHE ENERGETICHE ……….PER L’EUROPA?

  1. roberto
    1 giugno 2013 at 17:47

    Un particolare curioso è che se la Turchia fosse già in Europa, proprio la normativa Europea gli vieterebbe di costruire nucleare in zona sismica.

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