Taranto: la rabbia informe

di Andrea Bitonto

 

Partiamo da Bari per Taranto nel pomeriggio, io, Gino Ancona e la cagnetta bassotta Tsunami: lungo la statale 100 troviamo campagna, allevamenti, masserie, sempre più intimidite da capannoni metafisici, confuse zone industriali, desolanti apparizioni di autodemolizioni, e infine sullo sfondo altissime ciminiere, con svincoli e circonvallazioni incipriate di polvere metallica rossa, e un puzzo tra il nauseabondo e il preoccupante: io, che sono di queste parti, ci aggiungo anche un “caratteristico”. Siamo approdati nella molle Tarentum, fondazione spartana del 706 a.C., antica città dei due mari, del museo degli Ori, delle prelibate cozze, dei litorali limpidi, delle ville romane.

Ma questa è – purtroppo – un’altra storia.

Siamo a Taranto per la storia di oggi, quella crudamente contemporanea: una ennesima manifestazione indetta dal neocostituito Comitato dei Cittadini e lavoratori liberi e pensanti[1], per dar voce alla rabbia informe di una città schiava da troppo tempo dell’industria, in particolare della mostruosa ILVA, il più grande stabilimento siderurgico d’Europa, che produce sì il 40% dell’acciaio nazionale, ma anche il 92% della diossina italiana (le diossine erano contenute anche nel famigerato Agent Orange, utilizzato dall’esercito americano in Vietnam in vari raid come defoliante, e che ha provocato in seguito malformazioni e morte nei feti,  e a Taranto l’inquinamento è quotidiano), dà sì lavoro a 11967 dipendenti (2009, fonte ILVA), ma dà anche la morte a 11500 persone negli ultimi sette anni, è sì la principale fonte di reddito del tarantino, ma solo perché a causa di diossina, benzoapirene, mercurio, piombo, PCB  e ciminiere bisogna ammazzare le pecore, buttare le cozze, rinunciare al turismo: e comunque a Taranto la disoccupazione è al 40% nonostante l’ “importanza strategica” per la nazione dell’acciaio tarantino, come amano ripetere, da qualche settimana, i ministri.

Dopo aver svoltato per la simbolica indicazione “Tamburi – cimitero”, giungiamo appunto al rione Tamburi, dove si svolgerà la manifestazione. Perché qui, al rione Tamburi? Semplice: perché è praticamente dentro l’ILVA. Trovo per caso una giornalista inglese, lì di passaggio, e ne approfitto per scambiare due parole su cosa significhi l’ILVA per la gente di là. Il “minerale”, come lo chiamano qui, è un fedele compagno di vita, che si attacca alla pelle, alle mucose, ai polmoni. Di grandi e bambini, non importa se figli di operai o meno. A 50 metri da alcuni balconi ci sono i parchi minerali dello stabilimento, nelle giornate di tramontana il vento spinge cumuli di polvere metallica nelle case e nei corpi degli abitanti di questo assurdo quartiere, dove vivere è respirare quotidianamente la propria morte.

Entriamo nell’analisi del “fenomeno” protesta. All’inizio, ci sono circa 500 persone, la manifestazione prevede un corteo lungo la via principale del rione, per concludersi in un piazzale davanti alla chiesa più grande dove ci sarà l’assemblea pubblica. Inoltre ci aspetta – udite udite – la televisione, con una diretta… mentre in studio si parlerà anche d’altro. Ma i manifestanti non lo sanno: tra chi non gliene frega niente, e chi pensa che invece la televisione è tutta per loro. Prima contraddizione. C’è gente di tutti i tipi: dicevamo, giornaliste inglesi, signore di settantanni con i cartelli in mano, famiglie con passeggini, sindacalisti d’antan, un politico, e tanti giovani, che vanno da ragazze appena tornate dalle spiagge, ai fuori sede tornati apposta, a coscienti soggetti politicizzati ma che non sono mai stati a Taranto, fino ai ragazzi dei Tamburi che ci vivono da sempre e che urlano a squarciagola nuovi slogan di protesta impostati per l’occasione sulla ritmica dei vecchi cori da stadio. Insomma, non proprio le signore del settimo piano. Bene. Non mancano ovviamente i malati di tumore, con tanto di cartello che riporta la propria diagnosi, cartelli in solidarietà coi minatori del Sulcis, che lottano per il proprio pericolosissimo posto di lavoro (ma non era una manifestazione per la salute?), e infine le pettorine verdi del Comitato, tutte raccolte intorno all’Apecar, simbolo di questa lotta intrapresa, a proprie spese, da poco più di un mese, da cittadini e lavoratori insieme. Che è la novità principale della questione ILVA: la magistratura, con la mossa del sequestro degli impianti, un mese fa, ha aperto il vaso di Pandora della decennale negligenza dei politici, delle connivenze incrociate tra istituzioni, enti e sindacati, ed ha innescato una catena di eventi che ha portato la rabbia dei tarantini, muti per antonomasia, a coagularsi attorno a questo Comitato, all’Apecar, suo simbolo, ad una protesta dai modi pacifici ma dall’impatto dirompente (si veda l’interruzione della manifestazione indetta dai sindacati confederali il 2 agosto scorso, che ha fatto capire a tutta la nazione che a Taranto c’è qualcuno che non ci sta e che le cose non andranno come sono andate sinora). Chiedono lavoro, ma non a discapito della salute, senza accettare facili compromessi. E cercano di opporsi al tentativo, perseguito sin dall’inizio, di dividere la cittadinanza tra “operai” e “ambientalisti”. E in un certo senso, ci stanno riuscendo.

Gino, con un irrequieto Tsunami al seguito, sulle prime è guardingo. Al distribuirsi del corteo, dopo i primi slogan dal palco come sempre improvvisato sull’Apecar, la risposta esaltata dei manifestanti, la scaletta di musica festaiola, sembra dileguarsi sul suo volto ogni dubbio: in assenza di una proposta seria per il futuro della città , sul “cosa fare da grandi”, questa manifestazione gli appare addirittura finta, è l’ennesima occasione per “consumare le suole”, cioè per affievolire l’energia popolare, per spegnere le anime incendiate di rabbia, favorendo la dispersione della protesta, lasciando nel frattempo il Potere libero di gonfiare, attraverso i media e i canali di persuasione di massa, le proprie autorizzate vele verso l’approdo ad una “soluzione” (vedi la nuova AIA, lo strumento normativo che permetterebbe, aggiornato, di “coniugare lavoro e ambiente”: ma che in realtà sarebbe totalmente da revocare[2]).

Ma la ricerca di una soluzione, tra questo popolo nuovo alla rivolta, sembrano tuttavia praticarla in pochi: i cartelli, le parole dall’Apecar, persino i volti della gente, sembrano infatti dire solamente una cosa – “Dateci salute e lavoro”. Ma datecela voi, per favore. Noi non sappiamo farlo. Emblematico è lo striscione “Taranto città sottomessa”: non “in rivolta”, “indignata”, o simili, ma semplicemente “sottomessa”. Quasi che per questo popolo sia un’impresa sovrumana drizzare la schiena e cominciare a camminare sulle proprie gambe. “Noi non siamo dei burattini”, gridano in corteo: Gino, nel sentirlo gridare per cercare di affermarlo, è convinto proprio del contrario. Gli spiego che qui a Taranto, il fatto che non ci siano cappelli politici di sorta ad una protesta di popolo, che la sfiducia verso la politica si mostri senza peli sulla lingua e con tanta determinazione, è già di per sé un fatto eclatante: ma non sembra convinto.

Alla fine, però, quasi inaspettatamente, il corteo si ingrossa man mano, la manifestazione prende corpo, e per una volta ancora ai Tamburi si respira non solo polvere di ferro, ma anche dignità. Tutto il quartiere sembra sceso in strada, e si arriva anche a qualche migliaio di persone, che gridano all’unisono “Taranto libera”, prima di arrivare al fatidico incontro con le telecamere, in piazza Gesù Divin Lavoratore (e non potrebbe chiamarsi altrimenti, in un quartiere operaio). Lungo il tragitto, Gino riesce a rilasciare un commento in diretta streaming dal pc di Alessandro Marescotti di Peacelink[3], associazione tarantina che già da vari anni affronta il problema dell’inquinamento ambientale della città con rigore scientifico e volontà di opporsi con ostinazione alle noncuranze e alle menzogne, arrivando a beccarsi anche querele dal patron Riva.

La piazza è molto vivace, del maxischermo su cui vanno e vengono i volti degli opinionisti e politici di turno in diretta pochi si interessano, molti restano appiccicati all’Apecar, continuando a salmodiare il mantra del “Non ci avrete mai come volete voi”. Poco prima della diretta, l’inviata della TV cerca invano di acquietare una zona per renderla abbastanza “televisiva”, perché dal palco-Apecar si susseguono invece senza pausa interventi in fibrillazione, e la gente urla, applaude, fischia. Gino, ad un certo punto, mi molla Tsunami in braccio, e si fa strada per andare a dire anche lui due parole [4]. Ed eccone alcune, che riesco a registrare con il braccio libero, mentre con l’altro reggo il cane…

“…nessuno avrebbe scommesso un centesimo su quella battaglia. Bene: abbiamo vinto. Siamo riusciti a salvare le piazze dei nostri centri storici, a Bitonto, a Bari, a Mola, ed anche ad Altamura…è una battaglia che ho cominciato da solo…non per vantarmi ma soltanto per farvi capire che siete in TANTI, e se si riesce a vincere anche da soli, figuriamoci in tanti…Necessita unificare le nostre battaglie, le battaglie in difesa del nostro territorio…E adesso due parole all’operai dell’ILVA. Cari compagni, una cosa vi vorrei ricordare: che se l’Ilva chiude, ci vorranno centinaia di anni per ripulire tutta l’area. E chi meglio di voi lo potrebbe fare? Voi, che ci avete lavorato? Voi, che ci avete dato la vita?…”

Mentre Gino raccoglie gli applausi più fragorosi, l’attore Riondino, intervistato come portavoce del Comitato ribadisce davanti alle telecamere il pensiero stabilito democraticamente in riunione, comprensivo di quel “vuoto” propositivo di cui sopra: alla domanda dallo studio, se il Comitato voglia o meno la chiusura dell’ILVA, Riondino risponde che “non siamo qui per dare risposte, la risposta la deve dare la politica, noi qui stiamo morendo”. Ma a parte questo, noto che neanche durante questa prima consacrazione mediatica la folla si placa, si rassetta, anzi. I cori sono ingombranti, la gente attorno ai microfoni spinge, il collegamento non va affatto liscio. Poco dopo l’intervista, mi arriva un sms da un’amica, da Reggio Emilia: “Seguo a distanza la serata in piazza…efficace!”. Speriamo.

 

Ce ne torniamo, dopo lo sfilacciarsi di un’assemblea pubblica (mai aperta ufficialmente e dunque mai chiusa), con la sensazione che il grosso, per il popolo tarantino, deve ancora venire: se si sta uniti con questa rabbia contro un nemico comune, lo si diventerebbe ancora di più quando ci si coinvolge in un concreto progetto di rinnovamento, sociale e culturale prima che economico. Ma questa, più che una prospettiva, è sicuramente una tappa obbligata, per evitare di continuare a  “manifestare” la propria magmatica, legittima, ma, in fin dei conti, impotente rabbia. Vedremo quanta determinazione e quanta intelligenza dimostrerà questa Taranto in fermento non dalle sue attuali sacrosante invettive, ma dalla sua capacità di costruire un passo dopo l’altro un’alternativa sganciata dagli interessi, dalle mafie, dall’omertà e dalla sottomissione, per riprendere in mano il proprio futuro. Ma ci vuole una determinazione, questa sì, d’acciaio.

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