MILANO, VERTENZA SAN RAFFAELE: Storia di ordinario sindacalare

STORIA DI ORDINARIO SINDACALARE

Le vicende del San Raffaele sono ben note. L’istituto di Don Verzé è sempre stato nel gotha della sanità privata italiana, prestigioso, ricercato, con amici potenti ed influenti (in primis Berlusconi). Nel clima disastrato del paese, nella crisi incombente, nel disastro della sanità pubblica, il San Raffaele naviga felice: spende, investe, spende. Anche nei confronti delle rivendicazioni economiche dei dipendenti si comporta con liberalità: nell’ottobre 2010 viene sottoscritto un accordo decisamente favorevole per i lavoratori in netta controtendenza con l’andazzo a livello nazionale dove centinaia di migliaia di lavoratori devono lottare per la difesa del posto di lavoro. Forse è proprio questo clima di tranquillità sindacale che induce i lavoratori del San Raffaele (ma soprattutto le organizzazioni sindacali rappresentate…) a non tener conto dei primi scricchiolii dell’ospedale “modello” e, ancor più grave, a non prendere posizione quando gli scricchiolii diventano un clamore pubblico e rivelano una voragine di debiti. Infatti nei primi mesi del 2011 viene a galla un buco di 1,5 miliardi di euro: una crisi finanziaria che porta l’azienda milanese sull’orlo del crac.  Come sia stato possibile aprire una simile voragine senza che nessuno (apparentemente) se ne accorgesse, era ed è un quesito irrisolto.
Comunque sia, per tutto il 2011 si susseguono i tentativi di salvare l’istituto dal fallimento e di trovare una nuova proprietà. Dapprima si fa avanti il gruppo Ior-Malacalza con un’offerta di circa 250 milioni di euro, giudicata tuttavia insufficiente dal tribunale fallimentare. La situazione stagna, fino a che nel gennaio 2012 viene accettata la proposta d’acquisto dell’imprenditore Giuseppe Rotelli (il “re delle cliniche lombarde”) che sborsando oltre 400 milioni di euro si aggiudica la proprietà del San Raffaele. L’opera di “risanamento” risulta però ardua: perdite nuove si assommano a perdite vecchie. Ventuno milioni di euro nei primi mesi del 2012 che si sommano ai 65 dell’anno precedente. A luglio scatta dunque l’operazione di riduzione del costo del lavoro.

Dichiara infatti la nuova proprietà: “La situazione è grave … anche i primi 5 mesi del 2012 continuano ad avere un risultato pesantemente negativo, in linea, del resto, con lo stesso periodo dell’anno precedente”. Quindi: “Risultano indispensabili interventi anche nell’ambito organizzativo e del personale, e devono essere di portata tale da controbattere, o almeno limitare, i fattori di perdita strutturali e quelli drammaticamente sopravvenuti”. Il riferimento è, ovviamente, al taglio dei fondi alla sanità stabilito sia a livello regionale sia a livello nazionale. Il programma di riduzione dei costi è drastico. È prevista anche “l’eliminazione di ogni posizione lavorativa non strettamente necessaria”. Al momento non c’è, però, nessuna quantificazione dei tagli, anche perché dovranno essere oggetto di trattative sindacali. Si parla invece di riduzioni salariali, del passaggio dal contratto pubblico a quello privato (più penalizzante per gli operatori sanitari) e della revisione (in pratica cancellazione) degli accordi aziendali che prevedevano scatti retributivi. In realtà non sappiamo se ci fossero precise richieste di riduzione di personale nella posizione aziendale, perché questa materia, di norma, è confinata nella camera caritatis delle trattative sindacali.
In ogni caso la procedura di licenziamento collettivo per 244 dipendenti viene aperta dal San Raffaele solo a trattative inoltrate e in presenza (finalmente!) di mobilitazioni dei lavoratori, nell’autunno del 2012. Appare dunque più come un’arma di pressione che come una precisa volontà. Non a caso, nel novembre del 2012, l’amministratore delegato dell’azienda, Nicola Bedin, dichiara di perseguire una proposta alternativa ai licenziamenti fondata su riduzioni salariali e rinegoziazione (cancellazione) dei contratti aziendali pregressi a contenuto economica.

Le trattative dunque si trasferiscono e il 22 gennaio 2013 viene siglata un’ipotesi d’accordo tra l’azienda e la maggioranza dei membri della RSU (tra cui il coordinatore della stessa Angelo Mulé). I punti salienti sono: a fronte del ritiro dei licenziamenti una riduzione media del 9% dei salari del personale, un piano di smaltimento delle ferie arretrate, la rinegoziazione di tutti gli accordi sindacali entro il prossimo 30 giugno prossimo e il progressivo passaggio al contratto della sanità privata
Per il testo integrale dell’ipotesi: http://www.usi-ait.org/images/PDF/22_01_013_accordo_sanraffa.pdf).
Non c’è molto da dire: usando un eufemismo, non siamo lontani dalle richieste iniziali della dirigenza S. Raffaele.

Non passa molto tempo e iniziano le “dissociazioni” di diverse organizzazioni sindacali “alternative”, presenti o no al san Raffaele.

Il 24 gennaio c’ un duro pronunciamento della CUB Sanità:
Un gruppo di 9 RSU su 17 – presenti assieme a tutte le sigle sindacali del S. Raffaele – risulta dalle poche notizie certe che circolano anche sugli norgani di stampa, ha sottoscritto una pessima bozza di Accordo da sottoporre a Referendum, una bozza con cui, si prospetta la rinuncia, nemmeno tanto certa, della decisione di licenziare prima o poi al S. Raffaele.
La bozza di Accordo prevede la riduzione dei salari del 9%, la cancellazione del CCNL Pubblico, sostituendolo con l’AIOP, la cancellazione anche di parte dei 99 Accordi Aziendali, frutto di decenni di contrattazione e poco altro non si sa, ma in sintesi e senza entrare troppo nel merito, al Ministero è “passata la decisione di passare … la decisione” del loro destino ai lavoratori stessi, che dovranno decidere con voto in Referendum entro il 29 Febbraio.
L’Accordo predisposto al Ministero dai “sig. nonsisachi” a breve da votare, al momento nemmeno è in circolazione, né al S. Raffaele sede centrale né alle ex Ville Turro; un fatto questo che la dice lunga!
L’atteggiamento sindacale Pilatesco oggi assunto, pare riconfermare la strada percorsa all’epoca “delle vacche grasse”, dall’intero panorama sindacale al S. Raffaele, responsabile a nostro giudizio, di non aver mai tenuto in conto, quali effetti avrebbe poi prodotto nel tempo, l’evitare di mettere il naso in quel triste ormai noto periodo, senza mai chiedersi quale danno avrebbe infine prodotto il complice silenzio -sui lavoratori e sul servizio stesso- a causa di Bilanci mai chiesti né mai presentati dalla passata Amministrazione, pur a fronte di evidenti ed enormi sperperi di denaro pubblico.
Ora basta leggere le news presenti sui vari siti sindacali per comprendere sia lo scarica barile in corso che l’approssimarsi di una divisione che poco di buono produrrà sui lavoratori … sedotti e abbandonati.
È presumibile dai fatti, che chi sottobanco ha avvallato o avvallerà l’Accordo in predicato, abbia in mente di garantirsi i diritti e le agibilità sindacali ma voglia salvar la faccia, assegnando ai lavoratori il compito di scegliere tra licenziamenti, taglio del salario e dei diritti acquisiti, così garantendo alla proprietà che intende abbandonare il CCNL Pubblico e applicare l’AIOP (l’ultimo mai rinnovato, con la provocatoria proposta datoriale di rinnovarlo con 1 Euro di aumento salariale al mese) la possibilità non solo di pareggiare il bilancio ma anche di ottenere lauti guadagni immediati.
La CUB propone: nessun licenziamento, ma il diritto di mantenere il CCNL Pubblico anche a titolo individuale per tutti i dipendenti, armonizzando per i nuovi assunti parte dei suoi istituti contrattuali e di discutere l’eventuale riduzione % del salario, correlandola alla presentazione annuale del Bilancio tramite un Accordo di solidarietà rinnovabile d’anno in anno.

Cambiare i suonatori per cambiar anche la musica

Il giorno 26, dopo che, il giorno precedente, un’affollata assemblea dei lavoratori del San Raffaele ha espresso dure critiche all’ipotesi d’accordo, anche USB (che pur era presente alle trattative)  ne prende le distanze:

Mentre scriviamo, gli oltre 3000 lavoratori e lavoratrici del San Raffaele sono chiamati ad esprimersi, attraverso referendum, su un’ipotesi d’accordo che, qualunque sia l’esito della consultazione, grazie alla disdetta unilaterale degli accordi, peggiorerà le loro condizioni di vita e di lavoro, cedendo salario e diritti in cambio delle “buone intenzioni” di non licenziare, oggi, 244 lavoratori.
Dopo lunghi mesi di lotta con scioperi, tetti, trattative istituzionali ed un presidio permanente mantenuto giorno e notte dai lavoratori, una parte della RSU, nell’ambiguità di posizione dei sindacati di appartenenza, ha deciso di firmare – in assenza di mandato dei lavoratori – un’ipotesi d’accordo che, nella sostanza, fa pagare i costi della gestione spregiudicata del San Raffaele a infermieri, tecnici, operatori sanitari e personale amministrativo.
Ecco il piano alternativo ai 244 licenziamenti:
· Non salva i posti di lavoro: la proprietà si rifiuta di sottoscrivere che non farà licenziamenti per tutta la durata dell’accordo;
· Taglia pesantemente il salario: una media del 9%, con punte del 10,3%, intaccando indennità contrattuali, con la deroga, e rifiutando di mettere un limite temporale ai “sacrifici” richiesti ai lavoratori, si lega il salario all’andamento economico (sic!) senza neanche l’obbligo di presentare il piano industriale al Ministero;
· Attacca i diritti: con il passaggio dal contratto della sanità pubblica a quello della privata, disdettando tutti gli accordi decentrati frutto di 40 anni di lotte;
· Precarizza il lavoro: con la possibilità di cessione di ramo d’azienda, esternalizzazioni e lavoro stagionale.
Fin qui il danno. La beffa è rappresentata dalla necessità, a seguito della firma, di sottoporre l’ipotesi d’accordo al voto dei lavoratori che potranno così “liberamente scegliere” tra l’omicidio e il suicidio assistito, proprio nel momento in cui viene alla luce – di oggi l’accusa di corruzione per Formigoni nell’assegnazione dei fondi al San Raffaele – che la famigerata eccellenza sanitaria lombarda serviva a pretesto per gestire un sistema d’affari privati finanziato da fondi pubblici. Tanti miliardi e tante complicità.
Mentre l’unica eccellenza è sempre stata la dignità e la professionalità dei lavoratori.
USB non ha firmato e in queste ore è fortemente impegnata per il no all’accordo, per mantenere alta la lotta e non spaccare il fronte dei lavoratori, per non alimentare un’umiliante lotta tra poveri. Sappiamo che vogliono prendersi diritti e salario oggi per avere mano libera per i licenziamenti domani. Vogliono una resa attraverso quello che più che un si, sarebbe un sissignore!
Sappiamo anche di non essere soli: ce lo hanno dimostrato gli oltre 1000 lavoratori presenti in assemblea venerdì scorso e che, tra rabbia e delusione, hanno sfiduciato i firmatari dell’accordo e sostenuto con slancio chi ha dimostrato coerenza con il mandato e le lotte degli ultimi mesi.

Alle miserie di quella parte sindacale che ha voluto fornire alla proprietà un’arma per tentare di piegare la lotta esemplare dei lavoratori e delle lavoratrici del San Raffaele risponderemo, qualunque sia l’esito di un referendum che vede già in campo tutto l’armamentario padronale, con accresciuta determinazione: impugneremo ogni eventuale licenziamento e costituiremo una cassa di resistenza e di solidarietà perché nessun lavoratore sia lasciato solo”.

Segue, più imbarazzata (ma più avanti vedremo il perché), la dissociazione dell’USI Sanità (il sindacato maggioritario al San Raffaele):
USI non approva l’ipotesi d’accordo sottoscritta il 22.01.2013 presso il Ministero del Lavoro. Eravamo disposti ad accettare, come da mandato assembleare, un accordo che, temporaneamente penalizzante sul piano economico, desse garanzie occupazionali per il futuro.
In realtà l’ipotesi di accordo:
1. non stabilisce la temporaneità dei sacrifici economici poiché la subordina al consenso dell’amministrazione
2. i sacrifici economici richiesti ai lavoratori non intaccherebbero solo le voci relative alla contrattazione aziendale, ma anche indennità contrattuali nazionali
3. l’azienda non prende impegni a non avviare altre procedure di licenziamento collettivo e altre forme di precarizzazione del lavoro (esternalizzazioni)
Occorre continuare a lottare per un accordo che realmente salvaguardi posti di lavoro e diritti

Dunque, di chi è figlia questa ipotesi d’accordo? Da dove vengono i delegati RSU che l’hanno sottoscritta? Lo stesso Mulé, coordinatore RSU ed esponente di rilievo di USI Sanità, sembra fare marcia indietro:
Nessuna sigla sindacale delle 8 presenti ha sottoscritto l’accordo, e i delegati che hanno firmato lo hanno fatto con molti mal di pancia – tiene a precisare – La finalità è stata evitare la procedura di licenziamento dei 244 lavoratori annunciata il 31 ottobre. Si chiedeva un impegno a non avanzare ulteriori procedure per la durata dell’accordo, ma l’azienda questo non lo ha voluto sottoscrivere …  per quanto riguarda il taglio del 9% medio sugli stipendi lordi annui, si chiedeva che venissero escluse dalla riduzione le indennità contrattuali, ma l’azienda ha detto no e nei casi in cui non si raggiungerà la percentuale pattuita si potrà andare a toccarle. E poi c’e’ la fine incerta dell’accordo, dal momento che si prevede che ai fini di un’eventuale cessazione si terrà conto della situazione economica complessiva dell’ospedale

Parliamoci chiaro, chiunque abbia partecipato a trattative sindacali – specialmente in sede ministeriale – sa, o dovrebbe sapere, che se la RSU mette la firma su un’ipotesi d’accordo ci mette pure la faccia, non è un atto neutro, è, o dovrebbe essere, un assunzione di responsabilità e implicare una valutazione nel merito. Ma, evidentemente, questo per l’ambiente sindacale del San Raffaele è poco chiaro.

In ogni caso, in questo clima di confusione, nel referendum tra i lavoratori l’ipotesi d’accordo viene bocciata a maggioranza: su 2531votanti (a fronte di 3000 dipendenti) i no sono 1.365, i sì 1.110. E si ricomincia da capo, con l’azienda che presumibilmente riaprirà una procedura di licenziamento collettivo.

Una brutta storia dall’inizio alla fine, almeno quella provvisoria attuale. Brutta perché, in un solo colpo, rivela l’opportunismo della RSU del San Raffaele e la sua insipienza, insieme a quella delle organizzazioni sindacali rappresentate e perché ha provocato una grave frattura tra i lavoratori, manifestando la loro debolezza di fronte ai tempi ancora più difficili che arriveranno. Brutta, ma istruttiva, perché denuncia con chiarezza tutti i limiti del “sindacalare”, ovvero del concepire le lotte dei lavoratori come puri momenti di mediazione tra capitale e lavoro, mediazione che, eufemisticamente, è sempre sbilanciata a favore del primo.

Una storia ordinaria comunque, perché tante simili ne accadono in continuazione. Perché dunque occuparsene? Perché, e qui sta la straordinarietà, l’USI Sanità (che a quanto ci risulta è il sindacato maggioritario tra i lavoratori del San Raffaele e nella sua RSU) è il sindacato di categoria più grande e assolutamente più importante di quell’USI “anarcosindacalista” che predica tanti bei principi rivoluzionari. Misurare ancora una volta lo iato tra parole alate e pratiche da mercato delle vacche è sconfortante, ma serve a dare la misura di quanto piccoli siano certi uomini che si nascondono oggi dietro sigle prestigiose e cariche di storia.

Guido Barroero

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