Le piazze di Grillo ovvero il discount della rivoluzione

 

Innegabile, inoppugnabile che, nella campagna elettorale attualmente in corso, il M5S sia quello che riesce ad affollare maggiormente le piazze d’Italia. Beppe Grillo, il capo carismatico del movimento-partito, viene sempre accolto da migliaia di persone osannanti o comunque attente al suo messaggio propagandistico. Non vi sono significative differenze territoriali: al nord ed al sud, come al centro e nelle isole, ad est e ad ovest, le piazze sono comunque piene.

 

Invece gli altri partiti faticano ad avere riscontri simili: si chiudono per lo più in teatri o in auditorium, anche capienti (per carità), ma non reggono il confronto con le folle di cui sopra. Oppure, addirittura, vi è chi rinuncia alle manifestazioni di massa (visto che si tratterebbe di piccole masse) e si dedica tutto alla propaganda attraverso i media tradizionali o quelli più innovativi.

 

La fisicità del rapporto da persona a persona, da persona a folla, da persona a leader, da massa a leader sta tutta a sostegno della campagna di Grillo.

 

Altre masse abbiamo visto in un passato anche recente: le masse sindacali mobilitate dalle grandi centrali confederali (soprattutto da CGIL), le manifestazioni sporadiche di qualche partito della sinistra istituzionale in posizione un po’ più radicale, le masse cattoliche in manifestazioni papali o affini (famiglie, beatificazioni e santificazioni, eccetera), i movimenti globali o ex-noglobal, qualche anno fa addirittura masse oceaniche in manifestazioni contro le guerre. Ma ora non più. A parte qualche occasione locale significativa (per esempio quattro o cinque manifestazioni di massa in Val di Susa) oppure qualche tentativo in stile indignados/occupy degli ultimi tre anni; per il resto le masse della sinistra istituzionale o alternativa sembrano essersi ritirate in meditazione o in attesa di qualche nuovo soggetto che sappia organizzarne, per lo meno, la gestione teatrale della piazza.

 

E invece Grillo impazza.

 

Vediamo ora di azzardare qualche ipotesi interpretativa di un tale fenomeno, che ha ormai acquisito una sua autonomia, al di là di possibili cause o degli effetti che potrà produrre: non ci si aspetta di certo che il M5S possa vincere le elezioni, ma qualcosa ha già vinto. E in questa breve nota cercherò di spiegare che cosa e perché.

 

Nel pieno di una crisi economica e sociale (per non parlare di quella ambientale) piuttosto grave e diffusa un po’ dappertutto nel mondo, vi sono stati ribellioni e movimenti sociali in azione in modo più moderato in diversi paesi. Dal sangue sparso nelle cosiddette primavere arabe agli scontri di piazza greci, dagli indignados spagnoli ad occupy wall street. In queste occasioni si è potuto notare una sorta di spinta propulsiva anti-istituzionale presente in forme ed intensità diverse, ma pur sempre presente. Una voglia, magari ingenua, di palingenesi di fronte alla violenza ed alla corruzione delle istituzioni esistenti e dominanti. In forme diverse ci si è posti su un piano conflittuale particolare: un contrasto intenso e forte e poco propenso ai compromessi all’interno della cornice dei rapporti di forza esistenti. Che poi alcuni di questi movimenti neorivoluzionari (o più semplicemente ribellisti) siano anche stati manipolati da alcuni soggetti partecipanti alla tradizionale partita relativa alla distribuzione del potere politico ed economico è cosa possibile ed in alcuni casi evidente. Tuttavia la spinta originaria e la strutturazione organizzativa sono apparse abbastanza genuine: il che non vuol dire che siano tutte meritevoli di apprezzamento e di lode. Tra parentesi, anche a proposito del M5S viene da chiedersi, per esempio, se l’incontro a Milano tra Casaleggio (il guru organizzativo) e uno dei principali responsabili della propaganda di Obama sia stato solo occasionale e fortuito o rientri in una strategia di manipolazione del genere di quella perseguita dagli USA in riferimento ad alcune frange dei movimenti delle primavere arabe o in altri settori dello scacchiere internazionale.

 

Tornando comunque al confronto più generale tra la situazione internazionale e quella del nostro paese, constatiamo che in Italia le cose sono andate in modo diverso per le diverse condizioni istituzionali e culturali in cui ci troviamo immersi.

 

Innanzitutto dalle nostre parti è cosa abituale coltivare un disprezzo profondo nei confronti della classe politica e dei gruppi di potere economici e finanziari. Noi italiani siamo abbastanza abituati ad essere mal governati e non ci facciamo sempre molto caso. Ci basta disprezzare i potenti e tentare di ricavare un qualche vantaggio personale ricercando l’appoggio di qualche patrono o cercando di sfuggire a norme e controlli ritagliandoci una zona di autonomia individuale o al massimo familiare o clanica.

 

E poi ci sono le grandi corporazioni (che alcuni hanno ancora il coraggio di chiamare sindacati: le grandi centrali confederali), che da molto tempo si sono assunte il compito di moderare il conflitto sociale, aggiungendo la loro opera a quella già abbastanza solerte dei funzionari delle varie questure e dei servizi di sicurezza interni.

 

Questo lo sfondo. Eppure in situazioni di crisi intensa (come quella attuale) può essere che pure i disincantati italiani desiderino qualcosa di più e provino ad organizzarsi politicamente per tentare di cambiare lo stato delle cose.

 

Ed in questa temperie è apparso il movimento di Grillo, che, quanto ad individuo critico ed uomo di spettacolo, era comunque in azione da circa una ventina d’anni, suscitando già da tempo un certo seguito, che però non si immaginava potesse rovesciarsi sul fronte politico-istituzionale.

 

Grillo muove le piazze e si presenta pure alle elezioni promettendo di scompaginare l’assetto politico italico attraverso una specie di rivoluzione dolce.

 

E proprio in questo sta la specificità italiana. C’è qualcuno che promette una rivoluzione a bassa intensità. Si dice: cacciamo tutti i ladri ed i delinquenti al potere, cambiamo tutto, ma facciamolo con calma e tranquillità, restando all’interno del quadro istituzionale esistente, glorificando la costituzione e rispettando tutte le leggi dello stato, cercando di essere ecumenici (niente destra e sinistra), stando vicini pure agli uomini delle forze dell’ordine (pure loro vittime di questo sistema).

 

Facciamo la rivoluzione, cari italiani, ma non vi facciamo correre tanti rischi. Al massimo, nelle scadenze previste, vi chiediamo il voto (un’altra, l’ennesima, delega deresponsabilizzante), al massimo vi chiediamo di venire ad affollare le piazze quando viene Grillo (non spaventatevi, non è un comizio all’antica né nulla di sedizioso: è solo una specie di spettacolo del nostro attore preferito, che fa pure ridere, visto che era un comico).

 

Gli italiani con intenti rivoltosi, animosi, stanchi dell’andazzo delle cose, ma pure timorosi di mettersi in gioco davvero in modo intenso, preoccupati di scontri di piazza o di svantaggi possibili derivanti da un impegno diretto in azioni che potrebbero pagare sul posto di lavoro o nella comunità locale in cui vivono, hanno trovato un modo per esprimere la loro rabbia senza correre rischi eccessivi e senza impegnarsi nel quotidiano.

 

Certo ci sono i militanti del M5S (molti dei quali in perfetta buona fede) che si sorbiscono riunioni ed assemblee e che agiscono, seppure prudentemente, in vari contesti. Tuttavia alle masse del seguito non si chiede di mobilitarsi in modo eccessivo. Ci sono gli attori sul palco e ci sono gli spettatori: a questi ultimi si chiede semplicemente di pagare il biglietto e di applaudire le primedonne.

 

Una operazione di questo tipo dà quindi una soddisfazione ai ribelli prudenti, offre una via d’uscita apparentemente dignitosa a chi non vuole sentirsi complice del sistema esistente. Inoltre occupa uno spazio politico che altri avrebbero potuto riempire. Ma evidentemente non ci sono altri in grado di competere sul mercato delle rivoluzioni, vere o finte che siano. Oppure gli altri hanno deciso di essere compatibili completamente con il sistema esistente: si pensi alla sinistra istituzionale tradizionale o anche lievemente radicale. Oppure (e questo vale per gli antagonisti di varia origine e peso) manca la capacità organizzativa necessaria alla gestione di un movimento che sia veramente di massa e che non si riduca alla solita frenesia avanguardistica, che premia sicuramente i leaderini delle varie fazioni (e dà loro la soddisfazione di essere a capo di qualcosa di “veramente” rivoluzionario), ma che non produce effetti di portata ampia (o anche media) nella realtà quotidiana. Il fatto che ci siano movimenti mobilitati in modo più intenso (si pensi ai notav) conferma la sostanziale inerzia di altri contesti territoriali e di quello nazionale.

 

Concludendo: caro amico ribelle, se sei insoddisfatto di quanto accade nella tua città e nel tuo paese, rivolgiti ai ribelli a bassa intensità del M5S. È una rivoluzione a buon prezzo: grazie all’innovazione del marketing e della distribuzione commerciale, oggi si può comprare la rivoluzione pure negli hard discount delle più importanti catene.

 

Dom Argiropulo di Zab

 

 

 

9 comments for “Le piazze di Grillo ovvero il discount della rivoluzione

Comments are closed.